Cosa si intende per phubbing? Consiste nella cattiva abitudine di ignorare gli altri in un contesto di socialità, continuando ad usare il proprio smartphone. Il termine deriva dalla fusione di “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare) e sembra sia stato coniato in Australia nel 2012 durante una campagna pubblicitaria del Macquarie Dictionary.
Anche in Italia il neologismo sta prendendo piede, al punto che l’Enciclopedia Treccani ne riporta la seguente definizione: “l’azione, il fatto di trascurare il proprio interlocutore fisico per consultare spesso, in modo più o meno compulsivo, il cellulare o un altro dispositivo interattivo“.
Risulta evidente che tale comportamento possa nascondere, oltre alla semplice maleducazione, anche la presenza di una dipendenza dallo smartphone.
La dipendenza da smartphone
La letteratura scientifica, a partire dalla pandemia in poi, ha acquistato sempre maggiore consapevolezza sui danni alla salute causati dal cattivo uso della tecnologia. Tra le problematiche più studiate e più difficili da gestire, possiamo sicuramente citare la dipendenza da smartphone, che si caratterizza per alcuni sintomi come:
- problemi relazionali con amici e parenti
- disturbi del sonno e alterazione del ritmo giorno-notte
- trascuratezza per le attività ricreative e lavorative in favore dell’utilizzo dello smartphone
- disturbi ansiosi connessi alle attività da compiere sul cellulare o già eseguite, fino a quadri di marcata FOMO (Fear Of Missing Out)
- ricorso al cellulare come rifugio dalle emozioni negative
Piuttosto che un semplice problema di eccessivo tempo di utilizzo (il quale non dovrebbe comunque superare le 2-3 ore), la dipendenza da smartphopne si configura come un quadro clinico in cui le attività quotidiane e la socialità di una persona sono completamente subordinate al bisogno di utilizzare lo strumento digitale.

Perchè il phubbing danneggia le relazioni sociali
Anche in assenza di una vera e propria dipendenza, il phubbing resta un problema.
Per sottolineare la necessità di non sottovalutare l’impatto negativo di questa cattiva abitudine, voglio citare uno studio dell’Università di Southampton che ha approfondito le conseguenze emotive riportate dai partner oggetto di phubbing.
I ricercatori hanno chiesto a 196 adulti fidanzati di compilare un diario per 10 giorni, descrivendo dettagliatamente la frequenza con cui il partner li aveva sottoposti a phubbing e le emozioni sperimentate.
I risultati hanno mostrato che nei giorni in cui i partecipanti percepivano una maggiore esposizione al phubbing del partner, i soggetti in partenza ansiosi riportavano un umore più depresso, una riduzione dell’autostima e una maggiore tendenza ad utilizzare lo smartphone a loro volta per ritorsione.
Quest’ultimo risultato segnala uno degli aspetti più problematici del phubbing, ovvero la sua “contagiosità”: perseverare in tale comportamento porta anche gli altri a fare altrettanto e vengono meno la conversazione, il rispetto reciproco, l’empatia.
In quali contesti il phubbing è più nocivo
- Famiglia: i genitori che “phubbano” i figli ( il cosiddetto “phubbing genitoriale”) ne influenzano negativamente lo sviluppo emotivo e le capacità di comunicazione, creando inoltre una distanza emotiva che può diventare difficile da colmare. Vedere tale comportamento nei genitori porterà inevitabilmente i figli a considerarlo meno grave, alimentando un pericoloso circolo vizioso.
- Relazioni sentimentali: phubber (chi ignora) e phubee (chi viene ignorato) finiscono inevitabilmente per perdere l’intesa di coppia; inoltre nelle dinamiche sentimentali il fenomeno del phubbing si associa quasi inevitabilmente anche ad una forma specifica di ansia di abbandono, ovvero la gelosia patologica.
- Lavoro: il phubbing, a prescindere dai rapporti gerarchici entro cui avviene, determina uno scadimento delle capacità attentive e della qualità della comunicazione di squadra, portando in definitiva ad una riduzione del rendimento lavorativo
Come combattere il phubbing?
Come abbiamo visto, il fenomeno del phubbing può determinare problematiche relazionali che sono difficili da recuperare. Per superare questo comportamento anti-sociale, occorre rimodulare globalmente le proprie abitudini di impiego dello smartphone, attraverso un percorso di educazione digitale che si concentri su:
- consapevolezza: il primo passo è riconoscere il problema; spesso chi “phubba” non si rende conto dell’impatto del proprio comportamento sugli altri
- comunicazione: parlarne apertamente e in modo non accusatorio con i propri amici e parenti
- rispetto reciproco: uno dei principi etici fondamentali, alla base dell’empatia e della socialità, afferma di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te
- regole e limiti: stabilire regole chiare sui tempi massimi di utilizzo dello smartphone, sui luoghi e momenti in cui è consentito o meno farlo
